Verso una penisola virtuosa

La gestione efficiente della raccolta differenziata e del riciclo degli imballaggi è una sfida, materiale e culturale, a cui il nostro Paese ha saputo rispondere con successo. Quanto è stato fatto, sino ad oggi, in Italia? Quali sono le prospettive, le criticità e gli strumenti da adottare per superarle? Lo abbiamo chiesto a Giorgio Quagliuolo, presidente di CONAI.  Stefano Lavorini

Per raggiungere gli obiettivi di riciclo e recupero previsti dalle leggi nazionali ed europee, la gestione del fine vita degli imballaggi richiede l’impegno sinergico di attori diversi. Per questo, il modello consortile di CONAI si fonda su un principio di “responsabilità condivisa”, che coinvolge le imprese che producono / utilizzano gli imballaggi, nonché i cittadini, cui spetta la responsabilità quotidiana di un acquisto consapevole e, soprattutto, di una corretta differenziazione dei materiali.
Un ruolo fondamentale spetta anche alla Pubblica Amministrazione - la collaborazione con i Comuni è regolata dall’accordo quadro nazionale ANCI-CONAI - chiamata a sostenere e regolamentare tali attività, vigilando sul loro corretto svolgimento.

web_Giorgio-Quagliuolo-presidente-CONAI_1.pngProtagonista in questo panorama complesso, il presidente del Consorzio Nazionale Imballaggi, Giorgio Quagliuolo, ci racconta a che punto è l’Italia.

Lei ricopre la carica di Presidente da pochi mesi, ma ha un lungo trascorso in Corepla. Secondo lei, quali sono i principali obiettivi centrati in questi anni dal sistema CONAI? E quali ancora da raggiungere?
Il Consorzio ha ottenuto risultati molto significativi per quanto riguarda la raccolta e il riciclo degli imballaggi in molte aree del Paese. Per il futuro, la sfida sarà portare agli stessi livelli di eccellenza quei territori - mi riferisco in particolare alle aree del centro-sud - che ancora accusano un ritardo rispetto alle regioni più virtuose, come ad esempio il Veneto.
Inoltre, per raggiungere gli obiettivi previsti dalla nuova Direttiva Europea dobbiamo sicuramente puntare molto sullo sviluppo di nuove tecnologie di riciclo: gli standard richiesti, infatti, sono molto alti.

Quali sono gli strumenti che contribuiscono a stimolare la raccolta differenziata?
Abbiamo messo a punto un modello efficiente per la raccolta differenziata dei materiali e supportiamo i Comuni che lo richiedano nella fase di progettazione e avvio di nuovi sistemi di raccolta differenziata sul territorio: pratica, questa, che deve imporsi anche sul piano culturale.
È chiaro però che, laddove non ci sia un impegno commisurato da parte delle istituzioni e della politica, è più difficile portare a termine le cose nel modo corretto. E purtroppo, alcune amministrazioni locali, per incompetenza o timore di chi sa cosa, non ci garantiscono un supporto adeguato.
Ma non possiamo farcela da soli, abbiamo bisogno della loro collaborazione. La politica deve fare la propria parte.

In questo senso l’accordo CONAI e ANCI funziona? O può essere migliorato?
L’accordo funziona, anche se ovviamente è migliorabile, come tutte le cose. Con ANCI, ormai, abbiamo uno storico di collaborazioni che ha contribuito in misura determinante ai risultati raggiunti. Ma il problema, anche in questo caso, è che non tutti i comuni attivano adeguati sistemi di raccolta differenziata. Esistono amministrazioni locali che non hanno la volontà politica di andare in questa direzione. Occorre perciò trovare uno strumento in grado di ottenere l’adeguamento di tutti a una pratica virtuosa.

Insomma, ogni comune agisce un po’ per conto proprio… Un intervento normativo in questo senso sarebbe auspicabile?
Certo, un’azione normativa efficace sarebbe un grande risultato, anche se, di fatto, la normativa in sostanza esiste già, e prevede che la raccolta differenziata debba interessare almeno il 65% dei rifiuti.
Ma il punto è che, in pratica, per applicare la norma servono anche controlli, sanzioni e tutti quegli strumenti che obbligano chi non la rispetta ad adeguarsi.

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I prossimi obiettivi europei prevedono, in tempi brevi, di raggiungere livelli di recupero molto elevati. In Italia la situazione attuale varia notevolmente in base alle diverse tipologie di materiale da imballaggio: ottima per l’acciaio, ma molto inferiore per altre categorie, come ad esempio le plastiche.
Certo. Ecco perché le soglie da raggiungere tengono conto della specificità di ciascun materiale. Per fare un esempio, il vetro è riciclabile al 100%, mentre grandi quantitativi di plastica, purtroppo, ancora oggi non lo sono, neanche con le più attuali tecnologie. Una soglia soddisfacente per la plastica potrebbe essere intorno al 55%; non sarebbe né realistico né sensato imporre un obiettivo pari al 70% per il riciclo di questo materiale.

Di recente, proprio per questo motivo, è stato introdotto anche il contributo differenziato per gli imballaggi di plastica.
Questo progetto è stato studiato per invogliare le aziende ad adottare imballaggi più riciclabili. Il nuovo contributo diversificato mira, infatti, a premiare l’impegno delle imprese nella progettazione e utilizzo di imballaggi meglio concepiti ai fini della sostenibilità ambientale e dell’economia circolare e sarà modulato sulla base di tre parametri fondamentali: la selezionabilità degli imballaggi dopo il conferimento per il riciclo, l’effettiva riciclabilità sulla base delle tecnologie disponibili e il circuito di destinazione prevalente (domestico o commercio-industria).
Come sollecitato dalle imprese, tuttavia, in questa fase di prima applicazione è stato adottato un criterio di gradualità che prevede l’entrata a regime a partire dal 2019.

Come si è arrivati a questa scelta? È stata accolta una richiesta avanzata dalle aziende?
È una decisione che ha radici lontane. Ricordo di aver proposto questo provvedimento gia nel corso del mio primo mandato di presidenza in Corepla, dopodiché è stato effettuato un complesso percorso di approfondimento con le Associazioni delle aziende produttrici e utilizzatrici di imballaggio.
Anche l’ANCI, la politica insomma, ci ha chiesto di procedere su questa via. Di fatto la ratio della legge si basa su un principio di buon senso: chi inquina paga, e dunque, chi immette al consumo un imballaggio difficilmente riciclabile deve pagare di più.

Il Consorzio può anche avere la funzione di stimolare la ricerca tecnologica per migliorare la riciclabilità dei materiali?
Il CONAI ha dato un significativo contributo alla ricerca in passato, e continuerà a farlo. È chiaro, però, che lo sforzo maggiore in R&D dovrebbe essere compiuto dalle imprese della filiera di riferimento. Anche CONAI, comunque, continua a impegnare parte del suo budget in questa direzione.

Pensa che il contributo differenziato possa interessare in futuro anche altri materiali?
Penso di si, anche se, sicuramente, non interesserà mai i materiali più “virtuosi”.
In conclusione, si lavora sui dettagli per migliorare i risultati complessivi. E questo dovrebbe essere compito di tutti.

 

04.10.2017

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